Con le titolari di lavanderia a Milano non c’è dialogo: il loro professional jargon è ignoto ai comuni e sprovveduti clienti, e non mancano di farlo notare.
Prologo
Cliente con grande sporta di indumenti. Piove. Non sa come chiudere l’ombrello mentre tiene la sporta con l’altra mano. Appoggia la sporta per terra in equilibrio precario. Chiude l’ombrello e cerca dove depositarlo. Non c’è portaombrelli. La sporta si è naturalmente rovesciata spargendo il contenuto sull’ingresso e la segatura. Ributta gli indumenti e la segatura alla rinfusa nella sporta e la passa nella stessa mano dell’ombrello che può così liberamente sgocciolare all’interno. Spinge la porta della lavanderia, che però è chiusa, occorre suonare, perché con-tutte-queste-rapine-sapesse-signora-mia. Attende cinque minuti. Suona di nuovo. Aprono. Inciampa nello zerbino. Arriva al banco.
Scena.
Cliente: “Allora, abbiamo una giacca e un pantalone…“
Titolare: “…un completo.“
C.: “…due golf…“
T.: “…due maglie.“
C.: “...un giubbotto…“
T.: “…un giubbino.“
C.: “…un impermeabile…“
T.: “…un soprabito.“
C.: “…un paltò…“
T.: “…un paletò.“
C.: (quasi in lacrime) “…cinque cravatte!“
T.: “…cinque cravatte.“
C.: <sospiro>
Epilogo
T.: “Fanno 320 euro, pagamento anticipato, grazie.“