Guidare beatamente sulla A4 tra Milano e Bergamo, con la radio a palla e fumandosi un buon Balkan Sobranie nella pipa preferita, mentre dall’altra parte i soliti disperati sono bloccati nella solita coda per raggiungere il solito ufficio. Montare sul tetto dell’auto un cartellone luminoso con la scritta “Dovete morire”.

Essere fermati dalla Stradale che contesta la “sfrontatezza verso pubblico uffiziale” e la “incitazione all’odio tra sensi di marcia”. Innamorarsi all’istante dell’agente che redige il verbale, dai capelli biondi e gli occhi azzurri che riflettono il cielo. Lei ha già un figlio da uno sfortunato matrimonio giovanile e ora ha bisogno di tempo, ha paura di soffrire ancora, tra l’altro sta uscendo da una storia complicata, insomma è stato bello ma non vediamoci più. Per dimenticare la delusione, buttarsi nel lavoro. Fondare una catena di negozi di cartelloni pubblicitari per tetti di automobili e ottenere la recensione di un notissimo giornalista che parla perfettamente l’inglese.

Da lì in poi, è tutta discesa.

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