Ricky Ginger

Ricky Ginger compare la sera di un giorno di fine estate al bar-latteria del quartiere, chissà da dove. Nessuno l’ha mai visto prima. Non si sa dove abita, chi sia sua madre, quali galere abbia visitato suo padre. Tutti fingono di non notarlo ma lo sorvegliano con la coda dell’occhio. Fuori, soltanto zanzare e un cane randagio che abbaia. Un gatto nero fa capolino sulla soglia, poi scappa, attraversa la strada. Un’auto verde inchioda per non investirlo, la frenata stridente congela il fumo delle sigarette.

Un po’ svantaggiato in altezza, Ricky indossa stivaletti neri con tacco, un giubbotto di pelle nera, jeans, occhiali da sole a goccia. Ordina una peroni ghiacciata, si volta, lancia un’occhiata in giro e si stacca dal banco con passo molleggiato, fino ad appoggiarsi al muro, di fianco al juke-box. Col piede sinistro batte il tempo della canzone, un classico del rock-and-roll.

La Carmen, cassiera del bar latteria, si presenta come attrice della trans-avanguardia caduta in disgrazia per colpa di un produttore sporcaccione, che le aveva richiesto prestazioni extra e persino gratis. Due film, tre mariti alle spalle. Un buon numero di uomini intorno. Un duro della mala al fianco. Un incerto futuro -alla cassa- davanti. Si innamora di Ricky non appena finisce la canzone e lui, senza neanche guardare, programma quella di Love Story, come se conoscesse a memoria tutte le combinazioni dei juke-box di tutta Milano. Dal suo sgabello all’ingresso, gli lancia un’occhiata sfrontata, si passa la lingua sulle labbra, si accende un’altra sigaretta inglese. Accavalla le lunghe gambe, sollevando distratta la gonna.

Il Pippo Busegon, detto il Bullo della Bullona, perché sulla piazza non c’erano più titoli disponibili e a lui andava bene anche quello, decide che non può più tollerare questo affronto. La Carmen è la sua donna, ne va della sua reputazione. Sbatte le carte sul tavolo – aveva anche una buona mano, accidenti – e si avvicina minaccioso a Ricky. Nonostante i quarant’anni a Milano, il Pippo ha ancora qualche problema di dizione dialettale veneta.

“Te, piccoetto ! Quea xè a me dona. Ti ga capìo ?”

Ma Ricky non gli lascia terminare la frase. Si stacca dal muro e, senza dire una parola, molla al Pippo uno schiaffone, facendolo roteare su se stesso e poi cadere lungo disteso. Il bar ammutolisce. Un tale in scarpe da ginnastica si avvicina al corpo per terra, cerca di farlo rinvenire, inutilmente. Un infarto ha fulminato il cuore fragile del Busegon.

Brividi di terrore corrono lungo la schiena dei presenti. Ricky non può restare, la sua sorte è segnata. Ha ucciso, anche se senza volerlo, il bullo della Bullona, protetto niente meno che dal Gino Cerutti, il boss dei boss. Deve fuggire, andarsene lontano. Dà un primo e ultimo bacio alla Carmen, che scoppia in lacrime. Esce dal bar, passa un filobus, lo prende al volo. Scende in Centrale, salta sul primo treno.

Quando arriva a Genova Sampierdarena, la leggera foschia dell’alba sta svanendo. Ricky s’imbarca su una nave uruguayana, fingendosi marinaio e uomo di fatica e dopo lunghe avventure arriva a Hollywood, California. Ogni tanto, nelle notti di luna piena, ripensa a Carmen e le manda un bacio, sapendo che non le arriverà mai. Cambia il suo nome in Richard Gere, prova a sfondare nel cinema.

Il resto è noto.

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