A man and his barber

Abbiamo analizzato, discusso, dissezionato, deprecato, descritto in innumerevoli saggi, libri, film e canzoni l’incomunicabilità tra donna e uomo; abbiamo teorizzato, constatato e infine accettato l’incomunicabilità tra le rispettive varianti e relative combinazioni; ci siamo spinti oltre la prometeica frontiera della inimmaginabile e innominabile incomunicabilità tra gli umani e il proprio cane: è giunta l’ora di squarciare il velo su un altro macigno che pesa sulla civiltà occidentale: l’incomunicabilità tra l’uomo e il suo barbiere.

Quell’uomo in giacca-camice bianca un po’ da infermiere psichiatrico, che maneggia esperto un rasoio a pochi centimetri dalla nostra giugulare, che dissimula la sua indignazione quando ci vede varcare la soglia del suo feudo alle 7 del venerdì sera, che sfodera il suo brillante sorriso se invece ci vede alle 8 del sabato mattina per trattenerci colà fino alle 14, ci accoglie con uno squillante “Buongiorno ingegnere ! Il solito ?” e noi, pigri distratti sciagurati e incoscienti, ogni volta rispondiamo ““, per farla breve, pensando ogni volta che la definizione di “solito”, dopo quindici anni di frequentazione, sia ormai concordata tra le parti.

Invece no, perche’ ciascuno dei due concepisce il “solito” in maniera diametralmente opposta.

Dice: imponiti, sii deciso, fai sentire la tua volontà, esercita il tuo sacrosanto diritto di cliente che ha sempre ragione. “Me li faccia ben corti, sfumati sulla nuca e senza riga. Niente gel.“, dici perentorio. Dopo mezz’ora di taglia, accorcia, sfuma, cesella, sforbicia, il tuo personal hair-dresser strappa, con un coreografico “Voilà !” e magari un saltello, il mini-lenzuolo che ti ha strangolato fino a quel momento. Ti rimetti gli occhiali e…basette lunghe due dita, riga a destra stile fotografia di classe in quinta elementare. Ti ha risparmiato il gel, pero’. Fremente di rabbia e di delusione dici a te stesso “Adesso basta !“, infili il cappotto, ti avvicini alla cassa pronto a fare un quarantotto. Paghi, prendi la ricevuta e via. “Arrivederci ingegnere, ci vediamo il mese prossimo!“.

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