Una cosa un po’ così

Milano sonnolenta, Milano che viaggia in tram in un pomeriggio invernale. Stringo i miei spartiti in mano, odorosi d’inchiostro umido. Ho da guadagnarmi la giornata con lezioni di musica a signorine del bel mondo, perché la vita non ti sorride anche se distilli melodia da un pianoforte. Oggi tocca alla contessina Bernarda Barattini Bitti. Segretamente innamorata di me, quando la guardo abbassa gli occhi chiari, arrossisce e chiama il maggiordomo per avere un bicchiere d’acqua. Ha un lieve difetto di pronunzia. Mi chiama “Maeftro” in un sussurro e il petto le sobbalza. Non è brutta ma non mi piace, ha il naso storto e, quel che è peggio, nessun orecchio per la musica. Una donna capace di qualsiasi efferatezza, avrebbe sentenziato il mio maestro Girolamo Tiroleso.

Il tram sa di umanità infelice così decido di scendere e proseguire a piedi, anche se sono ancora lontano e quasi piove. Mi incammino e il mio sguardo è attratto da una vetrina. Vi è esposta una pipa bellissima, almeno a me pare, come una partitura di Mozart. Dritta, di radica scurissima, quasi nera. Il bocchino è marcato con un curioso ideogramma che ricorda un serpente. Il tabaccaio me la offre a un prezzo in fondo ragionevole, ma è stato un mese duro, ci penso un po’ e rinuncio. Me ne vado, con una punta di rimpianto. Lungo la strada continuo a pensare a lei. Mi ricordo di un’altra tabaccheria dove vado ogni tanto, non lontano. Una forza misteriosa mi spinge fino là e il cuore mi sobbalza. Vedo un’altra pipa come quella che ho in mente, anzi, a guardarla bene sembra proprio la stessa. Quella piccola macchia sul fornello, non è forse identica ? Come è possibile ? Ne chiedo il prezzo ma è assurdo, il doppio di prima ! Quando esco piove ma decido di inseguire il mistero. Salto su un tram al volo e vado da “Pipe da Oscar” a Lambrate. E’ un posto molto fornito, il cui proprietario, Annibale (Oscar era il suo sergente a militare), è mio amico. In vetrina lei non c’è ma non mi convinco. Entro travolgendo due frati che mi benedicono, mi precipito al banco. Eccola ! La sta mostrando a un altro cliente. “No! Quella pipa è mia! Mia!” Non faccio in tempo ad afferrarla perché i due frati mi bloccano e mi portano fuori a forza. Sotto il saio portano una maglietta, “Religiosi contro il fumo” e mi raccontano che quando si compra una pipa S. Siro si mette a piangere. Non è bello, vero ? Con due pater-ave-gloria me ne libero. Ormai piove a dirotto. Da dietro la vetrina, Annibale mi guarda con piglio severo. In mano ha un’immaginetta di S. Siro.

Triste e fradicio arrivo a palazzo. In ritardo di due ore, gli spartiti persi, i capelli attaccati alla fronte. Lascio impronte nerastre sul parquet ‘800. La contessa madre mi attende con malcelato disappunto. “Maestro, insomma! Mia figlia farà tardi a lezione di mandolino!” “Il tempo è sempre più imprevedibile, ormai. Non ci sono più le mezze stagioni.“, replico imbarazzato. Poi la vedo, su un tavolino rococò. La pipa che ho inseguito invano. Tendo la mano per prenderla ma una presa d’acciaio la blocca. “Fermo!” intima il Signor Conte. “Questa è una pipa storica, una Strump Mayer Gottinga del 1893. Appartiene alla mia famiglia da generazioni” declama orgoglioso. Con un sorrisetto aggiunge “Ma che ne sa, uno come lei“. Mi indigno, il sangue mi ribolle. “Un plebeo come me, intende ?” Mi accorgo che sto urlando. “Lei è un cretino, s’informi!” esclamo con rabbia. Il maggiordomo previdente già attende con la porta aperta. Mi coglie un’idea, un colpo di genio. Torno sui miei passi, afferro la pipa e mi metto a correre. Infilo la porta, giù per le scale a rotta di collo e via, via, libero ! libero! libero!

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